Credo non fosse passata da molto la mezzanotte quando ho iniziato a guardare giù dalle vetrate del primo piano cominciando seriamente a preoccuparmi.
In realtà il vento non era così forte, non faceva così freddo e la notte non si era annunciata per meno amica di quanto potesse essere in dicembre, ma qualche cosa non tornava. La luna, pur senza una nuvola in cielo, portava addosso quell’alone che secoli prima avrebbe costretto più di una persona in casa, per credenza o anche solo per prudenza.
Gli uccelli notturni non si erano annunciati e le foglie sul selciato si muovevano appena; e forse era proprio quel senso di quiete innaturale a pungere la parte alta dei miei polmoni, facendoli sentire più pesanti.
Avrebbe dovuto essere di ritorno da ore. Il cammino avrebbe potuto essere lungo, certo, in questa stagione soprattutto, ma non era l’esperienza a mancare ne tanto meno la voglia di tornare da questa parte dei monti. Eppure, c’era qualche cosa che entrava nelle ossa quella notte, e che non mi lasciava tranquillo.
La brocca del vino, sulla tavola imbandita senza troppi fronzoli, ormai si era concessa per più di metà ed il bicchiere da qualche minuto aveva esaurito anche lui il suo contenuto. La vecchia stufa di ferro e ghisa borbottava tra sé e sé, qualche crepitio ogni tanto, cercando, con il poco di brace rimasta, di salvare quella sensazione di calore che la zuppa cercava eroicamente di trasmettere ancora.
Quando, ormai tempo prima, il pane era stato poggiato sulla tavola, coperto da una garza bianca, tutta la stanza era stata invasa da una fragranza leggera e carezzevole di lievito e farina, che subito si era sposata allora con l’odore più forte dei fagioli della zuppa, creando in fondo al petto quella sensazione confortevole di casa che speravo avrebbe da li a poco riabbracciato.
Ne rimanevano tracce solo sul mio palato, come un ricordo di bimbo, di un pomeriggio assolato, unico tra i tanti uguali vissuti a preoccuparsi molto di nulla e creando solide roccaforti di fango e paglia, che inevitabilmente sarebbero state distrutte da orde di indiani. Un sentore appesantito appena dal vino, e stretto nel fondo della gola assieme alla speranza di poter pronunciare finalmente quelle parole di sollievo nel vederlo avanzare dalla macchia degli alberi.
Del gatto si tace per dignità propria, che al suo confronto la così scarsa padronanza dei tempi dell’attesa procurava alla punta delle dita il desiderio un po’ ingenuo di sfregarsi tra loro e subito dopo tuffarsi nelle tasche per cercare una qualsiasi occupazione.
Purtroppo la verità sarebbe probabilmente rimasta ancora per un tempo non definito dall’altra parte del bosco, probabilmente senza aver patito nessuna delle pene dalle quali il mio pensiero aveva provato in qualche modo a preservarla, certamente con una tranquillità maggiore di quella che cercavo inutilmente di darmi.
