L’attimo visto da qui.

Il tempo, come lo spazio, sono elementi cavi da riempire.

Il tempo e lo spazio hanno una dimensione che difficilmente è percepibile per ciò che è. Molto più semplicemente il tempo e lo spazio si definiscono per sostituzione a ciò che in esso viene contenuto di volta in volta.

La relazione tra le due entità, non è una novità, è indissolubile. Non esiste spazio che possa essere definito a prescindere dal suo tempo, e non esiste tempo che non sia confinato e ritagliato in uno spazio.

La narrazione, che è della vita la semplificazione ludica, riempie un tempo di cose, che accadono o che sono, e, di contro, il tempo della storia è definito e ritagliato dai personaggi e dallo spazio nel quale essi si muovono.

Una vita, non è forse definita dal tempo trascorso tra nascita e morte? E quel tempo non è forse compreso solo attraverso le azioni compiute nello spazio? Ed entrambe le dimensioni non si svuotano di senso al cercare di appesantirle con sovrastrutture che tentino di spiegarne le rispettive nature?

Il secondo che a nominarlo è già passato. Quello è il tempo, e quello il suo spazio.

Non permette il commento, che è generato in un altro tempo, che ha prodotto un altro spazio. E la ripetizione di spazio e tempo anche nella più immaginabile delle immobilità è comunque già diventato un film. Convenzione di ventiquattro tempi in un secondo.

L’immersione in questo placido, ma non sempre, mare di attimi e cantoni, nella sua totalità, consente di viverne il ritmo sincrono, e perciò di essere raccontato e frazionato. Ma non all’infinito. E fintanto che permette il frazionamento, e con esso l’indagine, permette il giudizio e la speculazione. Poter isolare in unità d’analisi inferiori per comprendere i macro-meccanismi.

Ma cosa succede quando l’unità non è più scomponibile. Quando si perde il senso della cosa ed il nome non calza più la definizione, in quel momento perdono senso il giudizio ed il commento.

Una fotografia. Quel momento e quello spazio. Unici e senza commento.