Pendolare

Ne parlano ancora come fosse semplicemente in ritardo, per la prima volta. Peter, il pendolare del 341 Express, che tutte le mattine e tutte le sere percorreva la tratta tra Edinburgh e Dundee.

Sessanta gli anni che hanno visto quel locomotore fumare lungo la costa orientale della Scozia. Quasi sessanta miglia in poco più di due ore, agli inizi del secolo. Oggi bastano settanta minuti, anche se le rotaie sono rimaste le stesse, è cambiato il treno. Ora funziona con l’elettricità e non fuma più, lui invece ha continuato a fumare come la sua locomotiva, fino all’ultimo giorno. Un pacchetto non bastava per una giornata sul treno. Tornando verso casa non aspettava di arrivare a Waverley, scendeva ad Hayemarket, 20.37 puntuale quasi sempre, e recuperava dal capostazione una busta con 10 nuove sigarette comprate sfuse, sarebbero poi diventate un pacchetto, anche questo segno dei tempi che cambiavano. Dovevano durare fino alle 6.00, le sigarette, del giorno dopo, quando si sarebbe calato il cappello di lana sugli occhi ancora una volta, per scendere fino alla stazione e riprendere da capo l’idea dondolante e fumosa della sua vita.

Nessuno ha realmente mai capito cosa combinasse Peter su quel treno. Se l’erano trovato a bordo una mattina di un inverno particolarmente rigido. Erano due settimane che non smetteva di piovere e se lo trovarono bagnato come un pulcino che dormiva attaccato alla caldaia ancora tiepida. Era fatto su in un cappotto completamente strappato ed in testa un cappello di lana, che gli scendeva fin sotto le orecchie e giù sugli occhi. Avrà avuto dieci anni sì e no, ed Horace se lo tenne li per tutto il giorno, accucciato in un angolo come un cagnolino che non si vuole muovere ma non azzarda un guaito. Non aprì bocca se non per mangiare le bucce delle due patate che il macchinista era solito portarsi dietro come aggiunta al pasto che le ferrovie passavano ai lavoratori, porridge.

Ci vollero tre settimane prima che Peter raccontasse ai due ferrovieri il suo nome, ed un’altra prima di aggiungere quattro o cinque parole per completare la prima frase. Posso rimanere qui. Eccoti la prima frase in un mese.

E lì rimase. Con la primavera era diventato abbastanza forte da prendere in mano la pala ed aiutare a riempire le fauci voraci della macchina a vapore,  in cambio ne riceveva un pasto caldo al giorno e qualche lezione di vita, un sorso di birra ogni tanto ed un posto sicuro dove passare la notte, fosse accanto alla caldaia o al fresco della cisterna di raccolta dell’acqua.

Scampò alla guerra perché non esisteva per nessuno. Non altrettanto fecero alcuni dei giovani che avrebbero dovuto spalare il carbone che finiva per spalare Peter.  Dopo un paio d’anni spesi interamente a bordo del 341, la moglie del capostazione di Dundee, Clare, lo indirizzò presso una sua parente, sui moli di Leith, che forse avrebbe avuto un pagliericcio dove lasciarlo dormire in cambio di qualche lavoro e qualche commissione.

Il 341 si era trasformato da tempo nella sua casa, ed ora avrebbe diviso la sua esistenza tra la locomotiva ed il sottoscala umido del porto. In qualche modo riuscì a continuare a vivere in quella casa anche dopo la morte di Martha, che non aveva né figli né grandi amici ed aveva finito per adottare Peter come una via di mezzo tra un figlio ed un ragazzo di servizio. Non variò mail il suo tragitto in sessant’anni, solo gli orari.

Oggi sono in tanti che ricordano di averlo visto seguire come un’ombra il bigliettaio, avanti e indietro, sui vagoni che portavano sulle spalle già allora il peso degli anni , oppure discendere verso la stazione con il berretto calcato sugli occhi, senza che mai nessuno abbia potuto sentirne la voce.

Una fascia nera al braccio del macchinista ed una uguale al braccio dei capostazione a Dundee, Haymarket e Waverley sono il doveroso tributo ai sessant’anni di muto servizio di Peter, mai assunto dalla ScotRail eppure con il più alto numero di giorni di servizio accumulati.

E per questo conosciuto da tutti come  ”il pendolare del 341 Express”.