Re della foresta

Ho della musica nelle orecchie. In senso fisico. Si chiamano in-ear e ti isolano dal mondo. Così riesci ad essere magicamente connesso ad un enorme calderone di musica che tutti condividono, ma non senti il vicino che chiede aiuto. E’ una banalità, me ne rendo conto mentre la penso, ma penso anche che pensare che sia banale non cambi la situazione, o il merito della questione, quindi banalmente continuo a pensarlo. Quindi, nel senso di dopo, lascio perdere e nel farlo alzo lo sguardo. E mentre penso che l’idea di essere isolati momentaneamente potrebbe essere una sintomatologia esantematica di uno stato tuttavia latente, penso anche che se non fossi sicuro del fatto che l’effetto: primissimo piano sui miei occhi che si alzano + visione aerea da circa 2 metri sopra la mia testa ed altrettanti indietro verso l’orizzonte + controcampo su mia figura intera, sia una cosa possibile ed esperibile solo in un film, e la mia vita non può essere un film, almeno spero, pena flop realmente consistente al botteghino, penserei di essere in un film.

E con questa pensata ho alzato la media nazionale di utilizzo delle sinapsi, quindi potrei anche ritenermi soddisfatto, ed invece.

Come in un film, ma di serie b, nel quale apprezzi la trovata registica, il gusto per il taglio dell’inquadratura e la maestria con la quale vengono accostati gli opposti ed alternati gli omologhi creando quel ritmo piacevolmente inusuale che strilla forte “Io sono un regista con i contro-fiocchi!”, ma per i quali stendi il proverbiale velo pietoso sull’ambientazione ed uccideresti lo stylist (salvo accorgerti che per problemi di budget hanno ingaggiato la madre del cameraman per confezionare i vestiti), rabbrividisco al percepire sulla pelle la vibrazione creata dalle unghie che metaforicamente stridono sulla lavagna che ho di fronte. La lavagna: periferia milanese medio degna medio normale, controviale ciclabile medio sporco medio immerso nel finto verde. Le unghie: uomo sui 70, canuto, camminante, All-star bianche, iPod, Ray-Ban, carretto della spesa.

A quel punto oltre alle unghie sulla lavagna si aggiunge l’effetto sonoro di Psyco, scena doccia (voto 9 alla scena madre del montaggio). Panoramica a 360 gradi attorno alla mia persona, stile the Sims, e faccio un rapido check: All star bianca, iPod, carretto della spesa, Ray-Ban Aviator. Ok io ho anche felpa Abercrombie&Fitch ma questo non conta.

In pratica, sempre scena film, ci sono queste rappresentazioni della vita da single allo stadio 30 e stadio 70, nello stesso quadro, un po’ a significarmi la fine del principio ed il principio della fine, che titanicamente si affrontano e tutto sommato si completano a vicenda. L’esistenza dell’uno giustifica l’essenza dell’altro in un discorso narrativo che parte dalla causa per giustificarne l’effetto e si potrebbe ribaltare ostentando l’effetto come inferente la causa.

Io credo che lui sia tutto sommato in pace con sé stesso. Il passo, si vede lontano un miglio, è sicuro, sciolto, la presa salda sul maniglione del carretto ti trasmette senza incertezza la determinazione propria di chi ha uno scopo nella vita. Il suo probabilmente è circoscritto dai confini inesistenti del: “continuare a vivere bene”.
Me lo immagino un po’ surfista, un po’ montanaro, un po’ musicista, un po’ rivoluzionario, un po’ stanco e forse anche un po’ stufo.

Credo che ascolti qualche cosa tipo the Kinks o the Turtles, gli occhiali che porta hanno 30 anni e nessun graffio. Le scarpe in pelle hanno visto tempi migliori, ma l’allacciatura alta mi racconta che probabilmente, in altra epoca, quei piedi hanno calzato Doc Martin’s ante litteram e se la sono goduta.

In tutta questa nuvola, concreta se vogliamo, di spettacolare figaggine da invidia infinita, sotto a quest’aura da Re Leone in Pensione, dal canino appuntito ed artiglio ancora affilato, ma placido e con un filo di pancetta, manca un particolare. Che forse non manca neppure, forse è proprio una scelta indiretta, una condizione dettata da scelte pregresse. Accettata la prima in virtù dei vantaggi che hanno conferito le prime.
Eppure è una cosa che si percepisce lapalissianamente, anche se non è lui a comunicartelo, sei tu che hai in testa un disco diverso da quello che vedi suonare, e ti pare strano alle orecchie.

Manca la componente femminile. Il carretto, la spesa, l’età, la figaggine, chiamano a gran voce una presenza femminile bellissima e di qualche ruga. Una sorta di monumento vivente all’amore onesto e disinteressato, fedele negli anni nonostante la “di entrambi” palese capacità di essere molto più belli e ribelli della media.
Eppure, in effetti, i particolari riportano tutte le tesserine del mosaico al loro posto.

Il capello lungo, lo stivale, la musica, l’occhiale, la giacca, tutto quanto parla di una vita che nel suo probabile essere spinta sulla strada che porta ad assaporarne gli eccessi, ha richiesto l’operare delle scelte, che precludono il manifestarsi di quelle condizioni climatiche necessarie alla proliferazione dell’humus indispensabile all’insediamento dell’elemento femminile, in pianta stabile, in una vita vissuta con l’IO protagonista.

Ora, visto che sappiamo non essere questo un film, non dirò che: come in un film un raggio di sole illuminò con dorati riflessi la montatura specchiata dei suoi aviator, mi limiterò a dire che una strana congiunzione astro-meteo-ottica favorevole si allineò con la montatura dorata dei suoi Ray-Ban abbagliandomi per un attimo.
In quel preciso momento, come il proverbiale fulmine a ciel sereno, ho capito la grandezza di quell’essere mitologico che involontariamente mi segnava uno dei cammini possibili e plausibili, non l’unico, ma uno dei…
a convincermi fu la serenità trabordante da ogni poro della sua pelle. Quella serenità di chi, potendo, tornerebbe indietro per rifare tutte le scelte di tutta una vita esattamente nella stessa direzione, giuste, sbagliate, dritte, storte, felici ed infelici, lui le rifarebbe tutte, ne sono sicuro.

Eccolo il mio eroe, il re leone dalla bianca criniera, appena più basso e rock.