La vasca

Il pelo dell’acqua solletica la punta dei baffi, tra labbro e naso. C’è vapore, forse troppo,l’aria è pesante e dalla superficie immobile del liquido trasparente nel quale sono immerso non smette di formarsene altro. Giro gli occhi quel che basta per mettere a fuoco la fuga bianco panna tra una mattonella verde e la contigua. Lo smalto lucido è solcato dalle tracce lasciate dalle gocce di condensa. Scendono dall’alto, fuori dal mio campo visivo e spariscono più in basso, morendo contro il bordo bianco candido della vasca.

Di fronte a me ho la punta delle ginocchia. Occhieggiano come fossero atolli in un mare innaturalmente placido e bianco. La luce dei neon stanchi non aiuta il quadro complessivo, che tinge tutto di un azzurro stanco, forse persino più stanco di me. Attorno a quelle due isole, vagamente omeriche, la tensione superficiale del liquido provoca un’increspatura stabile, una sorta di gioco di prestigio che permette ad una zona posta sotto l’immaginario livello del mare di rimanere asciutta.

Il micromovimento della piana oceanica accentua o attenua questo strano effetto. Non v’è dubbio ch’io tifi per l’isola. Sempre schierato con i più deboli, e foss’anche solo per volume, il mio ginocchio è in netta minoranza.

Non sono consapevole dell’ora del giorno e della data e della stagione. Questo microclima tropicale, onirico, umido e tremendamente profumato di vaniglia, se da un lato stordisce e satura i sensi, dall’altro potenzia la percezione della precarietà dello stato dell’essere. Sarà il silenzio, così pieno di iposuoni, piccole frequenze e sottili aggiustamenti, a restituire amplificato quel sentimento di pudore nei confronti dello status quo, o sarà la consapevolezza dell’immobilità forzata alla quale mi impongo di non resistere, per non turbare la situazione in essere, non capisco.

Rimango disteso nel minor sforzo possibile e percepisco come ineluttabile un destino che mi accomuna alla sommità del mio ginocchio, assediato dalle acque. Seppur dotato di facoltà motoria, permane immobile ad attendere l’inevitabile e poco piacevole destino che gli si palesa di fronte, eroico suicida.

Mi rendo conto, in profondità, come se per generazione spontanea fosse nato un pensiero al di sotto di tutta la massa d’acqua, questa volta sì per mole, oceanica, un pensiero attutito dunque, liquido anch’esso, di una primordiale corrente elettrica che prova a farsi strada attraverso le terminazioni nervose, e che, partita in realtà da una asciutta postazione subito sopra il liquido caldo e trasparente, si immerge per raggiungere le periferie del corpo in ammollo e lì morire di stenti.

Quella dolce ed impercettibile scossetta, e credo di riconoscerla nonostante vaniglia e vapore da ore ormai lavorino sapientemente i miei fianchi per sfiancarmi, giust’appunto, ed in verità risultano forse più vincenti loro nei loro intenti di quanto non potessi aspettarmi, e dunque solo lo credo, o forse solo lo avverto e di questo mi convinco, dunque, ancora, credo, sia la voglia di azione, il desiderio di cambiamento, l’impulso alla vita che cerca nei muscoli un terreno fertile per rialzare dalle profondità marine il gigante di pietra abdicante alla tempesta.

La sensazione di essere vile e vigliacco voglioso, ma, volente o nolente, privo di vitalità che spinga verso la vittoria finale: il raggiungimento del compimento dell’azione!

Steso prono così come sono con la mente all’asciutto ed il corpo che si crede talmente pesante da condizionare anche lo spirito, che sappiamo essere il motore del cervello. In ultima istanza quindi, tra una goccia di sudore che increspa, cadendo, la superficie, ed il vapore denso che sfuma i contorni delle percezioni, assisto impotente alla battaglia intestina del cerebro che sentenzia, mio malgrado, un’immobilità apatica, che sposo nel più dolce dei rifiuti.