E poi finalmente

Gli occhi fissi sulla linea bianca. Lei sparisce per un attimo sotto un velo di foglie e terriccio. Brutto segno, tieniti largo, non la stringere o finiamo per terra. Gira. Si avvicina fino a fondersi con la sua gemella che pochi istanti prima correva qui a sinistra. Cazzo, è stretta.

In ordine e con ordine: alzati, sposta il culo e poi strizza nella destra i sette centimetri di alluminio che nostra signora Brembo ti ha donato. Lei chinerà il capo cercando di resistere e tu sarai dolce e deciso nel chiederle di sdraiarsi. Aiutala con il peso, tutto a destra, usa i piedi, con dolcezza ma non smettere, spingi con i piedi.

E quando la distanza appone l’aggettivo inevitabile alla situazione, quando la lama ti racconta che vuole farsi indietro perché tu possa avere la slancio che tanto ti spaventa, è in quel momento che devi riprendere il controllo di entrambe le gambe.

Bello centrato, tavola piatta che percorre gli ultimi metri senza opporre alcun attrito. Scivoli via a tempo e controlli con il bacino. Sguardo sicuro otre il bordo che solo dieci secondi prima era ancora un po’ tuo nemico.

Sarà cattivo e ti sparerà via, alto. Eppure, e nonostante tutto, e contro ogni conscia previsione, sarà proprio il suo sostegno  quello che ti permetterà di premere come dovresti, e portare a casa la partita.

E con le luci spente, con il buio in sala e l’orchestra che ti ha già fatto sussultare con venti note, ché quelle bastano a stringervi un po’ di più e cercare nella penombra lo sguardo l’uno dell’altra.

Sotto la lingua, il sapore del tema portante richiama passati ricordi di passi ed incroci che a tratti si perdono in contorni dai particolari indefiniti, lasciando una bocca dal gusto di legno vivo di violino e brezza spessa di bandeoniòn.

La chiusa, in levare, rallentando, costruita ad arte per portarti immobile in cima al precipizio delle montagne russe più imprevedibili della storia del ballo. Respira profondo i suoi capelli, espira sicurezza e gentile decisione. Ultima occhiata alla madonna del tango, poi silenzio.

Ecco, quelle sensazioni lì, appese a fili tanto sottili da diventare invisibili, oppure talmente concrete da costituire pilastri ai quali poter affidare l’invergatura di tutta questa strampalata costruzione dall’ effimera durata di qualche secondo. Eppure vitali, unici, quei secondi, nella loro  totale e subdola evanescenza.

Il vuoto del teatro, il passaggio tra prima e dopo, attore e personaggio, tra pensiero-consapevolezza-azione, e poi eccolo che arriva. Un formicolio che si genera nel punto considerato culla e genesi degli istinti primigeni ed animaleschi, fucina di emozioni e motore inconscio di migliaia di azioni, del quale la collocazione  geografica lascio a voi il gusto di investigare.

Come un palloncino gonfio che un bambino lascia libero di esprimersi liberandolo d’un tratto dalla stretta delle dita che ne vincola ed imbriglia natura e potenza; guardandone il risultato estasiato, subito dopo.

Con la stessa irruenza si materializza puntuale e quindi atteso, oltre ad un diffuso benessere e piacere generalizzato, l’effetto collaterale più bello che il genere umano possa aspettarsi di provare. Ed è la cosa in sé, si, ma soprattutto è il rombo che questa massa provoca prima di palesarsi a centro valle. E’ l’umido sapore dell’aria prima del temporale estivo. Il profumo della salsedine prima di vedere il mare. E’ il gusto della vita che riempie il palato.

Il settimo senso dei Cavalieri dello Zodiaco de no’ artri, la Shangrilà di noi Indiana Johnes dei poveri. Dai trentasei ai quarantaquattro denti in fila per sei con il resto di due che metaforicamente spuntano da un sorriso interno. Questo! Il primo secondo di caduta libera. Ecco in cosa si traduce, ma a noi interessa l’attimo in cui rimaniamo in bilico tra uno stato e l’altro. Il brivido.

Quello è il momento al quale tutti agogniamo quando pensiamo alla prossima curva o al prossimo salto. Viviamo solo per quello squotimento sottocutaneo, solo per quella scossetta che mette in moto il nostro desiderio. Una doccia di lucida consapevolezza del fatto che da lì ad un non nulla non saremo più padroni di niente. Una settima che trascina il piede sul battere.

E’ l’incoscienza dell’azione.

E poi saremo schiere di Newton con bernoccoli bellissimi, Marconi, tutti intenti a gridare il primo “pronto”, carovane di Hilary in fila ordinati sulla vetta dei nostri Everest.

E poi finalmente, la baci.