Ogni volta che mi appresto a dare quel passo che delimita scala da scala, entra prepotentemente in scena un vermetto, non tanto grande, ma dotato comunque di centinaia di zampette cheratinose, che salendo lungo il mio collo provocano una sensazione simile alla salsa agrodolce.
Di quelle che in prima battuta danno i brividi e con l’uso diventano quasi piacevoli. Salvo complicazioni gastriche.
Tra l’altro nella fisica del passaggio abbiamo il la traduzione filosofica della questione. Da scala di marmo a scala “mobile”. Dallo statico al dinamico, dal certo all’incerto, dallo stabilito al divenire. Aprire la finestra delle possibilità con un gesto tanto usuale quanto pregno di significazione ad ogni suo ripetersi. Il passo come una fenice. Muore e rinasce in sé stesso ogni volta. Racchiude nel suo estinguersi, la potenza del suo successore.
In realtà questo salto mortale del pensiero mi prende il tempo ed una volta ancora mi consegna al mio destino: la volta alta un kilometro della Stazione Centrale, provoca inevitabilmente da circa 20 anni lo stesso bouquet di emozioni e reazioni fisiche particolarmente costanti ed invariabili.
Inizia con un paio di colpi al cuore, tipo un vecchio due tempi che si avvia. Un teaser, in pratica, di quello che mi aspetterà. La prima grana del rosario che reciteremo io ed il mio io in sincrono con i gradini della scala, quella mobile.
La seconda manifestazione è la contemporanea certezza di aver fatto un biglietto sbagliato ed essere convinto che il treno che penso di voler prendere sia in realtà in partenza su un binario differente da quello che ho controllato tre volte essere quello effettivamente dichiarato. Divento brevemente compulsivo, a tratti ossessivo, e controllo tre per tre volte biglietto e conseguentemente gli appunti di itinerario, nell’arco di tre gradini. Come un salto triplo, nella sua variante acrobatica con cellulare in mano. Nove metri scarsi, nuovo record mondiale, non omologato perché in presenza di rete 3G.
A questo punto solitamente si danno il cambio angoscia ed eccitazione nel massaggiarmi le spalle. Complice forse il salto di pocanzi. La frizione provoca calore ed il calore mi fa sudare. Mi tolgo uno strato e nel dubbio sorrido perché sto controllando il binario per la quarta volta. Siamo circa a metà della scalamobile che, una volta vomitato il mio corpicino nell’androne della centrale, tornerò a rivedere e a maledire al mio ritorno. Diciamo venti gradini all’alba, circa quaranta gesti e pensieri vagamente angoscianti già compiuti. Il rosario si appresta a terminare il suo iter circolare.
Scalamobile come rosario. Idea per le Edizioni Paoline.
Rimane il fondo, odio entrambe le circostanze. Partenza, arrivo. Quindi decido e fondo all’ istante il comitato contro le scale mobili della centrale… quantomeno in discesa, o quelle che vanno in discesa senza avere una sorella che sale.
È un supplizio. Essere nati per viaggiare ed aver sviluppato una mezza pigrizia taccagna è un controsenso orchestrabile solo da un fine intelletto perverso. La questione rimane soppesabile in questi termini, e per tali, valutabile: dato il primo scossone del vagone, non esiste sensazione che non vi sia piacevolmente legata, dal dondolio, alla brezza che filtra dal finestrino, all’odore di freno bruciato che ti rammenta la strada percorsa, eppure vi è il terrore dell’errore. Allucinante che debba passare attraverso un tiepido inferno tutte le volte che voglia annusare l’aria condizionata del paradiso, eppure.
Quando vedo il treno che mi aspetta sul binario ne controllo il numero, e cinque, lo richiedo al controllore e faccio poi la prova del nove appostandomi alla prima fermata in corrispondenza della porta e chiedendo alla prima persona che sale. “Scusi, questo va a Torino?” , “non so, io mi fermo a Novara”. Non ho mai sbagliato, ma non si sa mai. Invecchio anche io.
L’attimo magnifico, quello che stende lo strato di brillantini sul quadro tragicomico delle mie partenze è l’impagabile volto sorridente del dirimpettaio di sedile che angelico, solitamente mi guarda un paio di volte, poi mi sorride, e dice: è la prima volta che viaggia in treno?
Ho i capelli bianchi, il bagaglio perfettamente aggiustato per l’evento, il biglietto già obliterato che funge da segnalibro di un libro della lunghezza precisa alla virgola per coprire l’85% della durata del viaggio, scarpe comode e vestizione a cipolla… cosa diavolo ti fa pensare che possa essere la prima volta che prendo un treno? Quel sorriso, sembra un bambino stupìto dal primo affacciarsi al finestrino.
Ammutolito, arrossisco, e penso che sì, in treno e per estensione in viaggio, sono felice come un bambino.
