Tre passi, un ruzzolone

Una volta sola mi è capitato di alzare la testa e ricomprendere in una sola battuta di ciglia l’umanità nel suo geniale e complesso complesso. (lo lascio perché mi piace come suona. I puristi sostituiscano il primo complesso con barocco.)

Sono quei rari punti di massimo della consapevolezza. Quelli nei quali il tuo karma è realmente accordato alla vibrazione cosmica. Quando hai i sensi acuti, attenti, il bias sparisce come indossassi le migliori Sennheiser. Puoi guardare con gli occhi di Neo e muoverti nei pensieri della gente. La prima volta è complicato, poi ci fai l’abitudine e speri si ripeta.

Sono seduto sulla carrozza peggire della linea MM2 a Milano. Al centro i posti a sedere sono disposti per guardarsi in faccia in schiere ordinate di file da quattro sedili addossate alle lamiere, sormontate da finestrini finti apribili. Ai margini del corpo del cetaceo di ferro siamo in batterie da due per due, a controllare il centro del campo, perpendicolari alle porte di uscita ed entrata. Ecco, io sono nell’angolo formato dal seggiolino e dalla porta scorrevole e guardo la microfolla che espleta i rituali pre-discesa.

In quel piccolo attimo, Epifania. Trovo la quadratura del cerchio. Abbraccio con movimento unico di un’unica sinapsi un buon 10 secondi di vita reale. A posteriori direi che ha un sapore che tende al miele d’acacia. Colloso e appiccicoso, ma ne vorresti ancora quando capisci che ti piace.

La sfaccettatura che definirei sublime tra le tante che sono degne di essere assegnate alla cosa “essere umano” è, probabilmente, quella che riflette in sé e racchiude la possibilità di catalogarlo, ricatalogarlo, studiarlo, sezionarlo e comprenderlo in una quantità talmente vasta di forme da potersi rivelare oggetto di studio per secoli. E poi per tutti quelli a venire.

Tra un alone di chewing-gum sul linoleum rigatino regimental e la terza pagina di Leggo, percepisco nitidamente che in quel momento il genere umano che calca il globo terracqueo si divide in maniera del tutto disomogenea in una triade categorica che ha in sé tutto il potere didascalico necessario all’esplicazione e relativa comprensione ultima dell’affare “uomo e l’approccio alla vita”.

Un po’ come in uno scatto della più classica delle Lomo, nel quale quattro fotogrammi sono appaiati e sequenziali e che da quattro prospettive leggermente differenti ti descrivono “un po’ di movimento”, quasi fosse un vorrei ma non posso di una cinepresa. Allo stesso modo io vedo e registro su neurone fotografico tre distinti soggetti.

Il primo non si è mai posto il problema di cosa potesse rappresentare per lui l’ambiente carrozza metropolitanica, ossia ha mosso uno ed un solo passo all’interno del vagone, si è immerso in letture più o meno interattive (assimiliamo gli auricolari di cui sopra ai libri di cui prima) ed al momento fatidico ripercorre lo stesso passo in direzione contraria, procurandosi una traslazione nel tempo e nello spazio pari quasi ad un teletrasporto.

Il mezzo, in questo caso, e per estensione la funzione del trasporto e per magnificazione tutta la struttura di significati che attorno ad un ambiente ricco di stimoli, sensoriali ed umani, rappresenta la metropolitana, vengono arbitrariamente ridotti ad un valore sull’asse delle ascisse prossimo allo zero. Deliberatamente. Irrevocabilmente. Non vorrei dare dei giudizi di merito, ma a me che sto nell’angolo, questi signori/e, impattano come gli scogli nel mare o i panettoni in parcheggio. Stanno dove stanno e fanno paesaggio. Sul metrò e nella vita. Costituiscono i fruitori gruppo uno, nessuna interazione, poco recettivi, spesso fanno arredamento kitch e poco più. Eppure sono fondamentali a dare il tempo ed il ritmo a tutto il complesso meccanismo.

Secondi: categoria magistralmente occupata dagli animali dello scheduling e della pianificazione. Dal corpo gelatinoso, sguardo attento alla lettura ed orecchio teso al discorso del vicino, cervello fino che rimugina sulla prossima riunione e piede intento a battere il tempo sincopato del “non appoggiare la tua borsa lì o te la calpesto” sottotitolo dell’opera “lo spazio è mio ed il biglietto lo testimonia”, sport nel quale o si eccelle o è meglio rinunciare sin da piccini.

Quando alzo lo sguardo dalla mia postazione privilegiata, il vagone è fermo da qualche istante, la schiena dell’ultimo scendente varca la linea immaginaria che congiunge le porte ad azionamento pneumatico e poco prima che l’entropia universale venga chiamata in causa ulteriormente, il nostro numero due, in un sol gesto di circense maestria coniuga la seguente sequenza di movimenti: chiude il libro si alza in piedi chiude la borsa la mette a tracolla fa due passi si chiude la giacca guarda la topa stratosferica seduda all’altro capo del vagone si infila gli occhiali da sole altro passo estrae il cellulare guardando l’orologio e scende mentre compone un numero. In quell’istante esatto la succitata porta si richiude esattamente dieci centimetri alle sue spalle.

Livello di stress nel fare tutto ciò? Zero. Nada. Null.

Lui, il mondo e tutto il resto sono una sequenza che un tempo fu calcolatissima e che oggi si dipana sotto i suoi muscoli come musica di repertorio nascerebbe dalle mani di un orchestrale. Per genetica necessità. L’integrazione, resa carne, dell’uomo con la vita pratica.

Putroppo, e pagherei, prima per saperlo e poi nel caso per appropriarmi della tecnica, non sappiamo se tra gli ingranaggi che tale perfezione è in grado di muovere vengono annoverati quelli supposti a governare le umane interazioni. Bello invero sarebbe, ammesso agli atti come sdoganato il primo presupposto, che la qualità dei citati possa raggiungere un livello degno di nota, ossia non ne varrebbe minimamente la pena. (Questa era difficile, lo so, ma a rileggerla con le virgole è anche divertente.)

Terza ed ultima compagine. I ritardatari. Ne posseggo stranamente uno dietro la schiena. Dico strano perché solitamente attiro al mio intorno i soggetti che meno vorrei mi attorniassero, e la terza categoria, in realtà, non è che mi infastidisca più che molto.

Rimane l’atroce sensazione che credo abbiano un sesto senso, tra gli altri sensi a loro sfavore, che impone alla parte fisica l’autocollocazione in posti barra situazioni totalmente avverse al di loro stato mentale naturale di permanenti inadatti. Giusto quando metà del plotone ha scaricato il peso di ambo i piedi sull’inerte banchina, il congiunto neurone-sinapsi-muscoli tutti delle gambe e dell’addome del campione di “mio malgrado” si attiva, rapìto da uno spasmo che credevo proprio solo degli atleti migliori nei migliori periodi di allenamento, tenta con goffo atteggiamento scusante di crearsi un varco tra i cartellinati “prossima fermata”. Che solitamente non gradiscono il gesto.

Sono semplicemente in ritardo. Anche se non in assoluto. In realtà sono stati colti alla sprovvista. Sorpresi nell’atto dell’esistere dall’urgenza dell’essere. E nello specifico di essere in poco tempo da un’altra parte. L’affanno della consapevolezza chiaramente non può che avere effetto lassativo a livello dell’animo, e così, spinti dall’irrefrenabile spasmo del recuperare il terreno mentale perso nei confronti della vita, si fiondano sotto quella linea immaginaria che, fosse appena un attimo più seria, recherebbe su di sé una bìcroma scritta “traguardo” e, nell’atto,  tamponano la massa compatta di coscienziosi nessuno, scendenti in ordinato assembramento confuso.

Credo siano veramente questione di due, forse tre secondi. Ho la supercoscienza del mio vedere mentre penso mentre comprendo mentre creo un modello logico isterico di momentanea classificazione tassonomica dell’essere umano. In quella che un secondo dopo mi rimane impressa nella corteccia cerebrale come la sfaccettatura più funzionalistica e meno romantica del potenziale umano, comprendo forse una verità che mi pare troppo triste persino per le 7.45 del lunedì mattina.

Ci ripenso. Perché, potrebbe essere dovuto alle lucine verdine. Potrebbe essere colpa degli adesivi strappati sui finestrini o degli annunci di imperdonabili fagocitatori di gioielli di familia. Letterali gioielli, per una volta. Penso ancora di dare la colpa all’odore di umanità degradata che sto respirando, anche se in seconda battuta quest’ultimo va ascritto al mio vicino, campione plurimo di salto del deodorante e carpiato nella monnezza.

Credo realmente di aver afferrato il senso dell’estatica visione. Intuisco, probabilmente, che è la parte di vita che ci vede meno presenti, meno attivi mentalmente, quella che meglio ci descrive in qualità di attori della commedia intitolata “ed anche oggi mi sveglio”. Formulo come a volerlo incidere nel marmo dei ricordi un pensiero che recita pressapoco: per conoscere qualcuno guardalo mentre è convinto di non fare nulla quando uno strillo di autocoscienza mi assale e mi inchioda alla sedia del palese. Mi trovo costretto ad abdicare all’evidenza che lo spione del cartello verde istoriato in bianco, che viene riletto con vocina isterica dalla donna meno conturbante che associazione voce-corpo possa produrre.

Sono un bieco terzo tipo, ed anche oggi ho perso la mia fermata.