Soluzioni

Sono passati 10 anni. E non sono pochi.

Sotto i ponti, anche quelli non progettati da lui, abbiamo visto scorrere acqua, cadaveri di nemici, nemici in yacht, coccodrilli e contadini morenti.

Di quello che costituiva la mia, la nostra, relazione, non ho idea di cosa si possa ritenere ancora valido. Non so se voglio tenere valido qualche cosa, non so se sono sola, non so se ciò che si manifesta sui 2 pollici di schermo del Blackberry da un mese a questa parte possa rientrare nella categorie “relazioni”, di qualsiasi genere.

Dieci anni fa sarebbe stata impossibile. Non la relazione. Questa cosa che scorre grazie alle lucine dello schermo ed alle onde radio emesse e ricevute con un sistema a celle. Al secolo “il Cellulare”.

Non mi pare di aver mai lesinato sull’uso di sms e telefonate. Ma diciamo che non ho mai considerato l’idea che potessero essere qualche cosa di più di un ordine di servizio o bieco collante sociale a livello sabato sera.

Quindi rimango destabilizzata. Basita.

Poi mi rileggo e scopro che parlo come la mia paladina della giustizia. Se non fosse che lei è relegata ad un mondo che scorre ad una pagina ogni minuto ed i giornali che legge portano una data prossima a quella dell’attacco a Pearl Harbour. Ecco, mi sento un po’ eroina del focolare, tutta bigodini e tinte pastello, ma con la sigaretta in bocca e la bottiglia di cherry sul tavolino del soggiorno. Particolare non trascurabile: sono astemia e non fumo. Non più per lo meno.

In questo momento ho di fronte il mio quaderno preferito. La mia penna preferita. Refill appena cambiato e pronto all’uso. Ieri pomeriggio ero nel mezzo di un dialogo struggente tra “Y”, non mi piace dare nomi ai personaggi prima di aver terminato il libro, ed “X”. “X” sosteneva l’impossibilità di un rapporto a distanza fatto solo di corrispondenza mediata dalle leggi militari e foto scontate di amici commilitoni e salotti colmi di amiche e limonate. Era lei che pretendeva il riconoscimento del suo dolore e della mutua condizione di sofferenza. Lui al contrario ribadiva il giusto substrato di malessere dovuto al non poterla baciare ed abbracciare, ma fondamentalmente rassicurava sulla temporaneità della situazione.

In pratica lei voleva che a lui mancassero i pranzi domenicali da sua suocera, lui rivendicava l’opportunità di dare libero sfogo ai bassi istinti maschili tipo flatulenza di gruppo e poppa-watching.

Le condizioni sarebbero perfette, tra l’altro la consegna di questo capitolo sarebbe fissata per martedì prossimo, siamo a sabato pomeriggio ed ho prodotto numero 4 pagine. Ne devono saltare fuori almeno 40.

Eppure il mio sforzo compositivo non si concentra sullo scorrere dell’inchiostro sul foglio, al contrario, satura l’aire con microonde dirette ad un terminale circa 600km a sud di qui. Dove una vecchia conoscenza, e nuova scoperta, risponde al ritmo spocchioso del “quando ho voglia e tempo”. Nota negativa ad aggravare la situazione: mi sto mangiando le unghie in attesa di un suonino stupido che dovrei decidermi a cambiare una volta per tutte.

Ricordo che dieci anni fa lasciavo un biglietto, scritto con la sua matita rossa, sul tavolo della cucina che diceva “una volta ancora il signor genio è stato domato”. Accanto alla moka pronta. Accanto ad un pezzetto di cioccolato. Accanto ad un secondo biglietto che diceva “… e sbrigati che fai tardi a lezione. La mia lezione.”

Ora scrivo un messaggino che dice: “ho dormito e mentre dormivo pensavo che sarebbe bello, forse, vederci a Roma. Ma non ne sono convinta. Ti farò sapere.”

Ecco, non saprei se esserne contenta; o meglio, non saprei se considerarmi fiera di aver superato uno stereotipo da eroina di ohariana memoria ed aver fatto un primo passo che ha profondamente incrinato il mio substrato semi-maschile, ovvero correre a nascondermi dalla vergogna di aver fatto l’unica cosa che per 10 anni mi ero ripromessa, con rinnovo del voto ogni 2 del mese, di non fare mai, mai, e poi mai per nessuna ragione al mondo. Fosse anche un vestito di Chanelle.

Fortunatamente, assieme alle rughe impercettibili ai lati degli occhi, ai capelli bianchi, due, e solo nei giorni dispari ,ed alla sempre minor voglia di lasciarmi governare dagli eventi, il tempo, credo, mi abbia regalato un pizzico di pazienza che come la goccia con la roccia ha assopito il desiderio di schiacciare metaforici acceleratori per scoprire cosa si cela alla fine del viaggio. Così mi tengo le dicotomie, razionalizzo i dubbi e riformulo domande e speranze, cercando di guadagnare tempo e analizzare cause e conseguenze.

Da una parte ringrazio la tecnologia, dall’altra la ritengo causa di tutti i mali. Dicotomica in trasformazione. Credo sia lo status che metterei su Facebook.