
Lunedi di Pasqua. Attendo in trepidante sospensione la conferma o il suo contrario per lavorare la terza volta presso noto pub irlandese zona navigli.
Il mal di testa generato da un dolore ai lombari che non mi capitava dai tempi dell’asilo mi smonta fisicamente e cresce l’ansia da giornata casalingo parentale. Sfumata l’idea di grigliata con amici mi chiudo sul mezzo informatico alla ricerca di qualche interessante spunto culturale. Non ne trovo. Inizia una pioggerellina fastidiosa quanto fine ed inutile. Inizia un’ansia da frustrata permanenza. Devo uscire. Devo fare. Anche solo due passi per una Milano che offre solo negozi chiusi e parenti fuoriuscenti dalle case di parenti insofferenti. Facciamo i vagabondi. Facciamo che è una situazione che non disdegno. Musica nuova in macchina e poi nelle cuffie, pronto a perdere almeno un’ora e mezza. Fossero due sarebbe meglio.
Il tragitto in auto è troppo meccanico e regala poche soddisfazioni, parcheggio strategico per la serata. Non ho voglia di lavorare e tantomeno di andare fino al pub per sentirmi dire che non servo, che si sono sbagilati.
Scendo. Cento minuti di passi e pensieri svogliati pensando a cosa pensare. Viale Coni Zugna, darsena, barettino jazz per sigarette, primo contatto umano.
“un pacchetto di B&H…one..”, ”..e le pago anche un caffè”
Tempo stimato per l’operazione, almeno sette minuti. Prendo il caffè, mi giro, centottantagradi, tavolino. Bustina, mescolo, primo sorso.
“l’ho pagata millequattrocentoeuri, ma li vale tutti”. Ho come la sensazione che in quella frase ci debba essere racchiusa una verità esegetica che momentaneamente mi sfugge. Millequattrocento. Sono una bella somma. Penso ad una protesi ad una gamba. Per un attimo lo immagino molto orgoglioso che collauda un pezzo di titanio pronto a sorreggere la sua vita gracile per quel che resta del giorno.
Vecchio complemento d’arredo di barettino, pazzo o ubriaco, poco cambia, non carpirò i tuoi segreti… non oggi almeno.
Bevo gli ottanta centesimi. Ne fumo venticinque e ringrazio posando la tazzina sul bancone.
Altri novanta minuti inutili separano me dal traguardo.
Alzaia Naviglio Grande. Botteghe di artisti artigiani, abbastanza inutili non fosse per le cornici di mattoni che le racchiudono, sovente più apprezzabili del contenuto. La schieda mi stà uccidendo, essere uccisi da se stessi è un po’ come avere un cancro. Non me ne vogliate, ci penso con distaccato cinismo. Ma il concetto di essere vittime proprio malgrado di sé stessi è un argomento che si ripropone parecchio nei pensieri degli ultimi mesi.
Cose da fare: pensare all’autoeliminazione involontaria.
Penso a questo e cammino, realizzando le prossime sette barra otto ore in piedi a servire birre doppio malto a gente che ha poco meno di me da fare ma molto più da spendere, e probabilmente meno persone a cui raccontarlo.
La disposizione dei negozi sulla rive gouche del naviglio è assolutamente stupida, come stupida è la tipologia merceologica. Correggo: non è stupida, e sciocca. Senza sale. Fossi romantico direi naif, ma la verità è che è la fiera dell’inutile. Tranne per l’allegra bottega del libro usato, che oramai di usato mantiene ben poco. Il Libraccio. E’ dai tempi delle superiori che non ci metto piede, è completamente cambiato. Non c’è più il bancone con trenta ragazzi poco più grandi di te che si sbracciano e ti cercano i libri di ragioneria, filosofia e mi dai anche l’eserciziario di calcolo? Anche l’edizione dell’anno scorso tanto non cambia nulla. Finito. Le scaffalate di usato sono ridotte a due file, in front of rimane libreria d’arte con prezzi in linea al mercato globale dell’acculturamento medio.
Questo pomeriggio ha deciso di uccidermi per sfinimento. Ottantadue minuti di supplizio all’inizio del supplizio. “Buongiorno”, “Buongiorno”. E’ più piccolo ancora di come me lo ricordassi. Sui primi scaffali i best sellers, sui secondi anche. I terzi abdicano direttamente ai fumetti italiani intellettual-comunisti. Milo manare e l’ossessione del buco del culo!
E’ tanto che non frequento librerie più piccole di Fltrinelli, non ne percepisco più l’ordine né tanto meno colgo “l’angolo interessante”. Ed è un peccato, l’unico angolo interessante di un negozio che vende libri è l’angolo interessante. Cerco qualche cosa di vagamente introspettivo, pesante al punto giusto ma conciso, massimo duecento pagine, ma dense. Spero sia italiano. Sto leggendo solo in inglese e spagnolo e mi rendo conto che tornare a ragionare in una lingua che non sia straniera forse potrebbe aiutare le mie relazioni sociali. Qualora ne volessi.
Piano terra, fallimento. Insegna libri e fumetti usati sulla destra, Totti sulla sinistra. Primo piano, subito fuori dal giro delle scale, Milo Manara nello splendore del suo Kamasutra. Ora esco. Poi ci ripenso, ma alle sei del pomeriggio la masturbazione non fa per me. Con me sale un bambino sui dodici anni, rabbrividisco un po’, poi realizzo che per lui ogni momento è quello buono e un po’ lo invidio.
Ricette orientali, filosofie orientali, design nioppo-koreano, poi Boudlere, Montale, Amleto in edizione integrale rilegato in pelle umana fine 500. Forse è troppo. Sessantametriquadrati in dieci minuti scarsi, mi devo essere perso qualche cosa. Scendo e ricomincio, con più attenzione.
Best sellers per due, poi architettura e ancora filosofia, dei miei libricini da autore sconosciuto (e per me molti, anzi moltissimi lo sono) nessuna traccia. Ne trovo un paio di costa tra l’arte zen di riparare la moto e un secondo titolo che mi colpisce meno, ma costa troppo ed al kilo è troppo caro. Io se non so cosa fare i libri li compro al kilo: costa dieci euro? Cento cinquanta pagine…al kilo costa troppo. Anche questo costa troppo per essere lunedi.
Ripasso di fronte alla scala, a muro un paio di mensole. Eccoli. Tra i sette ed i nove euro. Perfetti, tanti italiani sulle cento cinquanta pagine, magari duecento. Leggo le quarte di copertina, oggi si usa riproporre le recensioni di quotidiani importanti. Sono tutti fenomeni avete notato?
Nulla, poca soddisfazione, ed ancora cinquanta interminabili minuti prima di poter dire che ne mancheranno 420 per poter andare a casa. Non ne ho voglia, ma la pioggerellina da blade runner attacca a molestare. Dico addio all’idea che il mal di schiena possa avere pietà di me. Passo al contrattacco. Se non se ne va lui allora mi faccio del male io, così si fa male lui, e magari scappa. Non ci credo molto, ma è l’unica cosa che riesco a raccontarmi per giustificare il fatto che questa sera il locale lo apro io.
E se devo essere sincero, vuoto, è l’unico modo nel quale mi piace.