Credevo fossero coincidenze, ma credo di dovermi ricredere. Deve essere una cosa tipo: quelli che sbattono contro le porte. Quelli che inciampano nei loro piedi, quelli che non conoscono lo spazio fisico che occupano. Poi probabilmente è meno grave, e ci sono anche delle attenuanti, ma rimane il dato oggettivo della frequenza. Ne deduco che una qualche importanza debba averla.
Prenderne coscienza e non fare nulla si chiama connivenza, quindi toccherà prendere provvedimenti. Uno perché non è semplice conviverci, è scomodo e poco estetico, due perché in realtà preclude anche un po’ troppo cose. Essere “non a posto”, aver paura che succeda, vivere sulle spine, nel timore che capiti, non favorisce i rapporti interpersonali né l’autostima.
Ad aumentare il disagio ci si mettono i famigerati terzi. Quando mi chiedono che cos’hai? Che succede? In realtà basterebbe essere osservatori solo un filo più attenti, carpire i segnali, guardare quelle piccole cose che fanno la differenza, perché, mentre continuate sordi a chiedere spiegazioni di uno status degno di Lapalisse*, mentre come al solito siete più impegnati a raccontarmi delle vostre ultime conquiste, di quanto state bene, dell’ultima vacanza, io mi accascio. Letteralmente. Per metterci una pezza, per cercare di continuare, senza inciampare, ancora un po’, qualche passo in più.
Mi rendo conto, e farlo a quasi trent’anni credetemi provoca un attimo di instabilità, destabilizza, ecco: ho qualche cosa di sbagliato. Credevo di saperlo fare, di “saper fare”. In realtà sapevo anche di non sapere, ma realmente lo ritenevo poco importante. Ho perfino sperato che fosse colpa degli altri. Ma così non è. Non è colpa di nessuno e nessuno si scuserà mai per questo, non è colpa loro, e non lo fanno nemmeno quando lo è. Son poche le persone che riescono a mettere in fila le lettere che compongono la parola “scusami”, e quei pochi non la usano a caso.
La disgiunzione tra sintomo, causa apparente e causa latente, costituiscono il vero cuore del problema. Sì, perché quel campanello d’allarme, è solo uno specchio che in realtà distorce, è “la parte per il tutto”. Suona in cucina ma in realtà gli ospiti sono alla porta. Una piccola spia sulla console che segnala l’imminente fusione del nucleo. E quando parte la sirena, è troppo tardi.
Probabilmente, in fondo, riconoscere il problema è già metà della cura, e quindi: sia.
Sono un uomo al quale si slacciano le scarpe. E ne soffro. Un po’.
