Vi ho già detto che di vita vissuta, io, poca. Ma fortunatamente sono un buon osservatore. Ho buona memoria, e quasi mai mi lascio sfuggire la storia che è dietro ad ognuno di noi e che ne connota l’attimo. Questa cosa rimane a metà tra il gioco e la sfida. Un modo per capire meglio il mondo e sentirmi un po’ più parte di quella cose che gli altri vivono in piedi e a me tocca passare seduto con un volante tra le mani. Voi la chiamate vita. Per me potrebbe chiamarsi 6th St. o Park Ave. tanto è tra queste due cose che si dipana il mio tempo.
E proprio come nelle vostre vite, anche stando seduto alle spalle di questo volante capita di rivedere la stessa scena, rivivere lo stesso attimo. Carpire in differenti occasioni che persone diverse stanno in realtà attraversando lo stesso pezzettino del percorso che ciascuno di voi si affanna a declamare e difendere quale unico ed inimitabile.
Poco fa, per esempio. Ho accompagnato una giovane e graziosa esponente del sesso femminile fin sotto quella che molto probabilmente è la sua dimora. Dal meat packing alla 109th St. Abbastanza per capire. E sono i piccoli segnali che involontariamente le persone si lasciano dietro che, in realtà, raccontano la storia al posto dei diretti interessati. Piccoli spioni che non impareranno mai.
In questo caso sono le gocce di sudore sulla fronte. Le ginocchia chiuse, martoriate dalle mani che non trovano pace e vagano da li agli occhi e tornano indietro. Il viso, il viso triste e preoccupato. La sottile ma persistente sensazione che qualche cosa di assolutamente definitivo si sia consumato nonostante tutto.
Ed è così, non sbaglio nemmeno questa sera. E’ una storia vecchia come il cielo ed il mare. Tanto vera quanto la fame che torce le budella ed inevitabile. Inevitabile come lo sciroppo d’acero sui miei pancakes.
Il loro primo incontro si perde infatti nella notte dei tempi. Remoto, passato, quasi dimenticato. Di quell’attimo rimane solo il portato dell’urgenza di un sentimento che non si è spento o assopito nel tempo. Forte come il primo giorno e saldo come allora.
L’attrazione dei poli opposti sappiamo possa essere irresistibile, positivo e negativo si attraggono. Non c’è molto da spiegare, è un dato di fatto. In alcuni casi parlerei, addirittura, di “necessità profonda di completarsi”. Una simile tensione, così insaziabile, così assoluta, necessita di uno sfogo, pretende una risoluzione, tende essa sola ad una naturale soluzione. E quando questa non può essere soddisfatta, quando un impedimento si frappone tra urgenza e soluzione, rimane una quantità di energia pronta ad esplodere. Pericolosa. Compressa. Spesso altamente distruttiva.
Dall’altra parte del problema abbiamo il carattere dei poli. La natura degli attori, profonda e fondante. I veri tratti distintivi delle parti in causa, la somatica e l’animo, la fisiologia e la morale. In un certo senso possiamo giungere a sfiorarne la comprensione della profonda natura di una cosa. Comprenderne lo scopo. O, meglio, carpirne la tensione, l’urgenza.
Credo che, al ben guardare, non possa sfuggire come spesso vi sia dicotomia tra predisposizione, nel senso di predestinazione, ed il volere senziente. Spesso, la morfologia definisce lo scopo, lo preannuncia ed in certa parte lo limita, l’ergonomia invoglia all’uso corretto, nel senso che se quello è lo scopo che la forma ci suggerisce, quella diviene la vera natura dell’oggetto. Ma d’altra parte è profondamente vero anche il contrario. Altrettanto spesso, per cause esterne o per la semplice coincidenza di possedere un intelletto, forma e volontà si scontrano, producendo da un lato danni enormi, dall’altro profonde frustrazioni. Perché la forma è “malgrado” ed “a prescindere dalla volontà”.
Il pinguino, o lo struzzo, o il pollo. Ovvero, un desiderio di volare più che giustificato ed impossibilitato causa terzi. Se lo ribaltiamo su un essere umano chiudiamo il quadro con un conto salato tra sedute psicologiche e wodka. Ed anche alla voce valium io ci metterei un bel sì.
Ultimo in ordine d’apparizione, ma non meno importante in questa storia, dobbiamo presentare il terzo incomodo: il destino. Per chi ci crede e lo chiama in questo modo eccovelo servito, per gli altri: sostituite a destino quello che più preferite, nominatelo come più vi aggrada. Rimane la sostanza: il concetto di “ordine supremo delle cose” o “beffarda casualità”, ma, sia casuale, predestinato, modificabile o meno, è di quella cosa lì che si parla.
Ora seguitemi, perché vi chiedo un piccolo sforzo, che non posso mica fare tutto io, e se non siete abituati lo potreste anche soffrire. Pronti? Quando il terzo incomodo decide che la vera passione, la vera tensione, la profonda natura di due individui sia il tendere reciprocamente l’uno verso l’altro pur essendo i due geneticamente programmati per essere morfologicamente incompatibili, ebbene, in quel momento siete di fronte alla quintessenza della tragedia. E’ il siero puro e distillato del dolore. La tragedia nel senso greco, sia essa umana, animale o vegetale o di natura mista.
Da qui, quello che questa notte si è palesato tra le quattro lamiere gialle che orlano la mia vita. Quella che potrebbe seguirne è infatti la triste storia di fratello vento di gennaio e sorella pancia scoperta di ragazzina cretina. Altresì nota come la ballata del cagotto!!!
