Tutto il giorno in strada. Fuori farà anche freddo, ma almeno qui dentro non gelo.
Ci sono posti dove non voglio andare, se me lo chiedono dico di no e basta. Se fanno storie guido fino al primo incrocio, trovo un agente e li faccio scendere. Solitamente non se lo fanno ripetere due volte.
In generale dalle 7 am alle 10 am è un casino, poi dalle 10 am alle 5 pm è un casino ed in fine dalle 5 am alle 12 pm è un casino maggiore.
Fermo al semaforo, fermo in coda, fermo per far salire, fermo per far scendere, praticamente il movimento è uno stato di congiunzione tra una fermata e l’altra. Eppure dovrebbe essere il contrario. Calcolano che se tutti quelli che vivono sull’isola prendessero la macchina tutti assieme, potremmo riempirci tutte le strade da Battersea al Queens e dal Lincoln a Brooklyn, giù fino a Coney Island e forse oltre.
Ma ha i suoi vantaggi. Lo stare fermo, dico. Ha i suoi vantaggi perché puoi distrarti a guardare. E guardare, se guardi bene, se “vedi” ciò che guardi, è un po’ come vivere un riflesso della vita degli altri. Che non è una cosa triste, non è rassegnazione, non è voyeurismo, non sono uno spostato.
E’ per esigenza. 14 ore seduto in uno scatolone di lamiera gialla. 365 giorni all’anno, a meno di malattie impossibilitanti tipo “morte”. Converrete che tempo per avere una vita tua, mia, non ne ho molto. Quindi guardo quelle degli altri, me le studio, cerco di capire l’interazione non mediata da un plexiglas bombato anti-sfondamento.
Lo so, è quasi boarder-line come comportamento, può sembrare almeno, ma in fondo in fondo non lo è. Guardo ciò che gli altri fanno, come si dicono le cose, come usano le mani. Immagazzino contenuti che rielaboro e poi incrocio. Incrocio l’incrocio e guardo e mentre guardo elaboro ed espongo al mio passeggero. Che solitamente se non risponde alla prima non lo farà mai più, ma se si lascia avvicinare, allora entriamo in quei 20 minuti di conversazione profonda che diverranno la mia “Cartina di Tornasole”.
In realtà spesso quello che mi dicono i passeggeri non riesco proprio a farlo calzare con i racconti di Pit, il gestore del bar/bettola/tavola-calda/sala-biliardo/night-da-4-soldi, dove mi rintano per caffè e doughnuts alla fine del turno. Ogni tanto mi pare non si stia nemmeno parlando delle stesse cose.
Quindi alla fine ho deciso di scrivere in un quaderno queste discrepanze tra ciò che vedo, ciò che mi raccontano i clienti, gli uomini del giorno, e quello che mi suggerisce Pit e gli altri avventori del Becky’s, che possiamo definire dei pipistrelli. Dopo cinque anni, ho riempito 13 quaderni. Abbastanza per poterli rilegare e fare un libro, di quelli che ogni tanto qualcuno si dimentica sul sedile posteriore.
Non ho ancora il titolo, magari non l’avrà mai, ma credo che ne riporterò stralci, qui e li, così magari aggiungo anche il vostro commento a quello di Pit.
