Qualche estate fa

Dalla finestra della camera sembra semplicemente scuro. Un colore a metà tra il nero, il blu ed il grigio.

Sarà per il cielo che ci si riflette dentro, sempre scuro e carico di nuvole  o per il fondo che,  a giudicare da quello che trovi sulla riva è fatto di sassi neri come il carbone, solo lucidi e belli da far rimbalzare sul pelo dell’acqua.

Sarà perché sai perfettamente che la temperatura, per te, rasenta quella alla quale teoricamente l’acqua dovrebbe mutarsi in ghiaccio, sarà perché sai che li il bagno non ce lo fa nessuno, sarà per uno o nessuno di questi motivi, ma ti aspetti semplicemente che quell’immensa distesa liquida e mobile non sia un posto ospitale.

Eppure è magnetico. Eppure è totalizzante. Eppure ti chiama con una voce talmente forte che resistere è solo un fatto di autoconservazione.

Non credo stentiate a credere che in quei tre mesi, quel signore enorme dalla voce grave e sguaiata sia diventato il mio miliore amico. Lui ed il sig. McEwan.

Nella cancellata che costeggiava il grande prato disseminato di buildings appartenenti al college, nascosto in una zona all’ombra di un gruppo d’alberi che parevano infischiarsene dei limiti delle proprietà, un piccolo portoncino faceva poca mostra di se. Al di la del confine però pareva morire di stenti, lasciandosi fagocitare dal bosco.

Eppure a sedici anni qualche spina ed un po’ di fango non sono  argomenti sufficienti a tenerti lontano dalla malinconica esigenza di stringere la mano di persona all’amico preferito. Quel chilometro scarso attraverso il bosco divenne l’ingresso alla tana del Bianconiglio. Punto di inizio di un mondo che si faceva reale e fantastico allo stesso tempo.

Dai cambi di luce prodotti dalle foglie degli alberi mossi dal vento ai colori saturi e cupi delle pietre della piccola chiesetta, tutto ti conduceva per mano in una dimensione in bilico tra un libro di Hesse ed un dipinto vagamente elisabettiano.

Il porto non conteneva più di otto barchette, la metà delle quali a remi. Attraccate con cime logore e sfilacciate alle piccolissime bitte dondolavano sull’acqua con un aspetto sinistro proprio di quei vascelli pronti a salpare in qualunque istante, eppure abbandonate da tempo immemorabile alla schiuma del mare avevano il retrogusto di ruderi d’autore.

A fare da appendice al porto, oppure essendo il porto una sua appendicie, oppure ancora essendo le due cose appendici imprescindibili dei suoi avventori, della stessa pietra della chiesetta e delle altre due costruzioni addossate tra la linea dei flutti e la sabbia, il piccolo pub.

A chiudere il cerchio misterioso di pace e melanconia, a circa un miglio dalla costa, collegata ad intervalli di 6 ore da una passerella anti sommergibile, il mio rifugio preferito. La piccola isola di Cramond. Spazzata dal vento, bagnata da quella massa nera, disabitata, rimane la quinta essenza dell’intima ritirata dal mondo.