Sguardi e finestre

Felina rassegnazione

Ormai è un paio di giorni che lo ripeto, eppure nessuno pare farmi caso.
Ci sono due di finestre, una in particolare è diventata la mia preferita. Un piano alto, senza palazzi attorno. Regala una vista graziosa. Non sarà Central Park, ma meglio che il muro di un’altra casa o i binari di qualche ferrovia di provincia.
Nel prato qui sotto, in questa stagione per lo meno, non è che succeda molto. Ogni tanto qualche bambino temerario accompagna qualche nonno esasperato ed ansimante a giocare a palla nella porta che da qui non riesco a capire se sia solo malandata o completamente distrutta. Altre volte sono i cani che portano a spasso i loro padroni.

Vento, neve, pioggia, sole, pare non fare differenza. In un modo o nell’altro qualcuno passa sempre. Quindi io me ne sto qui. Naso appoggiato al vetro, e guardo. Ultimamente provo anche ad immaginare cosa potrebbero dirsi. A seconda dell’umore tengo per il cane o per il guinzaglio, per il nonno o per il piccolo. Ok, quasi sempre per il nonno, è che non è una battaglia giusta. Si vede fin da qui su che il nonno non ha speranza. A me piace stare dalla parte dei più deboli.

Rimane il fatto che, grandi o piccini, alti o bassi, larghi o stretti, li guardo tutti. Li osservo, da dietro il mio vetro, venti metri sopra le loro teste, li osservo e mi immagino cosa stiano pensando. Cosa voglia dire per loro essere sul quel prato, calpestare quell’erba o quella neve o avere i piedi coperti di fango e pioggia.

Per dirvela tutta, a guardarmi da fuori, ho il mio fascino. Non muovo un muscolo, nemmeno sbatto le palpebre. Non le ho, ma per dire.

Quello che non traspare, o almeno non credo si possa vedere, è quello che rimane quaranta centimetri dietro al vetro, nel mio stomaco. Quel senso di impotenza e mesta rassegnazione, quel misto autocommiserazione/rimpianto che riesce letteralmente ad inchiodarmi al pavimento, minuto dopo minuto, e mi impedisce di aprire la finestra.

In realtà anche volendo, non potrei farlo, quella finestra rimarrà chiusa come lo è rimasta fino ad ora, e l’unica cosa che succederà sarà, ancora una volta, che una piccola lacrimuccia scenderà lungo il mio muso, perché ancora per una volta il magone del “non avere scelta” prenderà il sopravvento. Stare a guardare da una finestra rimane e rimarrà quello che farò tra una corsa e l’altra, tra un salto e l’altro, tra una pappa e la seguente. Perché la ciclicità della sconfitta, l’ineluttabilità di quel vetro è il vero male che mi lascia qui di fronte.

Ma in fondo, diranno che è ancora la solita congiuntivite che non passa, e mi daranno un po’ di antibiotico.
Eppure voi adesso sapete, che non è curiosità, non è “strano divertimento”. Tutto si riduce a felina rassegnazione.